giovedì 2 febbraio 2017

Strage di Viareggio: sentenza storica oppure occasione mancata?


Otto anni per arrivare alla sentenza di primo grado per la Strage di Viareggio e una serie di condanne agli allora vertici del Gruppo Fs che, seppur importanti, sono nettamente inferiori alle richieste dell'accusa e soprattutto ribaltano le dinamiche accertate dai Pm, senza contare la prescrizione in arrivo e la concreta possibilità che tutte le pene strada facendo vengano diminuite.

La sentenza è quindi un'occasione mancata?
Io e Federico su Internazionale abbiamo fatto il punto sulla vicenda processuale e su quello che è cambiato in questi anni nella sicurezza per il trasporto di merci pericolose: purtroppo poco.
Chi volesse approfondire può rivedere la puntata di Toscana Tv con tante testimonianze, tra cui anche la nostra, mentre il Tg3 Toscana mi ha intervistata a proposito del rischio prescrizione qui.

lunedì 23 gennaio 2017

persino oggi


Sono più di due anni che non ci sei più. Ottocento giorni, tre Natali, un matrimonio. E lo sai, io non mi sono arresa, ho trasformato il dolore in azione, non ho permesso all'ingiustizia che ci toccava in sorte di distruggere tutte le cose buone che il tuo nome da sempre aveva significato per me: amore, sicurezza, dignità, casa.
Ho continuato a costruire, mi sono convinta che dalla stanza accanto tu potessi ascoltare il nostro canto che si innalzava nell'ora più buia che precede il mattino e sono andata avanti. Oggi però mi sorprendo a bagnare di lacrime il computer, come quel giorno in treno, quando venivo a dirti addio e mi sembrava che niente avrebbe più potuto avere un senso, che avremmo dovuto inventarcene uno nuovo, ricostruire un significato diverso per ogni parola.

E mi ritrovo a chiedermi: che senso ha avuto tutto questo dolore?
L'intervento di routine andato male, l'infezione, la tua lunga agonia e gli incubi, gli errori e le menzogne dei medici, le corsie dell'ospedale dove piangere di nascosto, e poi il tuo cuore che non reggeva più, il tuo corpo esposto, conteso, l'obitorio, il funerale da continuare a rimandare.
E mi sono detta nonno, per tutti questi anni, che non meritavi che io ricordassi le tue ultime settimane: dovevo chiuderle a chiave in fondo all'anima e lasciar prendere aria al tuo volto, per rivederti solo in quelli che chiamavi gli anni più felici, con i nipoti a far funghi nel bosco, a cuocere i necci sul fuoco, a ridere tanto, con la bocca spalancata, a girare coi pantaloni da lavoro sempre sporchi di sugo, ad abbracciarmi tanto, spesso, ogni volta che ne avevo bisogno. Ad amarci sempre, per tutti i giorni della tua vita.

Persino oggi che sappiamo che la tua morte non avrà giustizia e non ci sarà neppure un responsabile per la tua sofferenza: persino oggi voglio trovare la forza di non lasciarmi inquinare dalla rabbia. Aiutami a lavare via ogni amarezza dal tuo pensiero, a ritornare a te col cuore pulito e un sorriso sulle labbra: rendimi il mio nonno grande e forte di cui andare fiera, il mio eroe dalla compassione infinita che sapeva trovare una parola buona per ciascuno, un luccichio di salvezza in fondo ad ogni anima.
Torna a trovarmi in sogno, abbracciami forte ancora una volta e ti prometto che persino oggi ricorderò solo il bene che hai fatto, l'incredibile benedizione del tuo passaggio su questa terra. E dentro il mio cuore.

lunedì 21 novembre 2016

Carpe diem

Se questo fosse un racconto di fiction, come quelli che scrivo di solito, mi sarei trasformata in un personaggio diverso, più coraggioso, più propenso all’azione. Avrei preso il telefono, dopo aver visto la tua fotografia, e avrei composto il numero a cui domandare: come è potuto succedere?

"Carpe Diem", la mia storia vera, esce oggi su Abbiamo le prove: qui 
I vent'anni da sprecare e la consapevolezza che qualunque cosa accada ci viene concessa una sola scelta: andare avanti.


martedì 15 novembre 2016

dipendenze



Quando ho terminato Infinite Jest (della cui esperienza totalizzante di lettura prima o poi dovrò decidermi a scrivere) ho realizzato che la depressione e l'alcolismo si somigliano, sono due facce della stessa dipendenza dell'anima: depresso una volta ti ritrovi depresso per sempre e il bicchiere da cui stare alla larga ce l'hai piantato dentro, fa parte della tua struttura molecolare. Da qui le ricadute, la cronicità del male, la sua imprevedibilità, la paura costante, smisurata, che possa tornare a galla qualcosa che davvero non è mai andato via: l'errore madornale del senso di colpa, del sono in tanti a stare peggio di me, del grido d'aiuto strozzato - la corazza rivolta all'interno dove soffocare, la carne molle esposta fuori, la sofferenza suprema d'un paradosso che nessuno sembra vedere.

Nella depressione come nell'alcolismo non c'è niente d'eroico: non si soffre perché siamo più sensibili, perché il mondo è cattivo e noi siamo buoni; si soffre senza una ragione, come in tutte le malattie dolorose, solo con la vergogna di dirlo ad alta voce, solo con l'impotenza di fronte al dubbio in chi ti vede uscire ogni giorno vestito decentemente, fare colazione al bar e andare al lavoro, come se anche non riuscire a mostrare la propria debolezza finché non si crolla in mille pezzi non fosse una parte stessa dell'affezione, come se la corazza al contrario non fosse costruita apposta per essere percepita soltanto da noi che la indossiamo ogni giorno, come se nel momento in cui ho in assoluto toccato il mio personale fondo non fossi comunque riuscita a piangere fino a svenire e uscire dal bagno con il fondotinta rimesso a nuovo.

La tragicità sta tutta in questo scarto qua, nella spirale della sofferenza che non trovando una via d'uscita cresce fino a diventare tornado e spazzare via tutto. La depressione come l'alcolismo porta alla vergogna di sè, che Wallace racconta così bene: siamo ingranaggi spezzati e ci possiamo mettere una pezza, ripartire, ma non correremo mai alla stessa velocità degli altri e se proviamo a gareggiare sullo stesso terreno il prezzo da pagare sarà altissimo.
Uno dei protagonisti di Infinite Jest dice di sapere che dentro non ha niente, si sente completamente vuoto, eppure fuori si affanna a primeggiare, spreme da se stesso un'energia mentale composta essenzialmente da disperazione e alla fine il collasso psichico sopraggiunge come una benedizione.

La depressione è come l'alcolismo: appena la sottovaluti ci ricaschi subito. Bisogna imparare ad
ascoltarsi, accettare i propri limiti, stare lontani il più possibile dalle persone e dagli ambienti nocivi, prendersi cura dei propri sentimenti, specialmente quelli negativi, lasciandoli emergere, dando loro lo spazio che meritano. E soprattutto accettare che in un mondo di guru della positività e stronzate mindfulness noi resteremo la nota stonata, quelli che per poter assaporare quel grappolo di felicità dovrannno zappare più duramente di tutti gli altri.
Eppure alla fine, come gli alcolisti che non toccano un goccio da anni, potremo dirci orgogliosi d'aver oliato ogni giorno quella vite che non voleva saperne di girare, di non aver ceduto alla facilità della sofferenza, alle sirene dell'avvilimento, di non esserci lasciati scivolare ma aver trovato ogni momento la forza per tenerci dritti in piedi o per lo meno il coraggio di tendere una mano a qualcuno che ci tirasse di nuovo su.
Perché soli, davvero, non possiamo niente.

venerdì 7 ottobre 2016

Elena Ferrante e il sessimo letterario

Quando ho scritto per Cosebelle un articolo su come lo smascheramento di Elena Ferrante sottendesse alcune dinamiche sessiste tipiche dell'ambiente letterario italiano, non avrei mai immaginato che avrebbe avuto migliaia di condivisioni e che il direttore del Tg1 mi avrebbe telefonato per invitarmi a parlarne a Uno Mattina.
Il video con il mio intervento si può recuperare qui, la gioia che ho provato nel vedere un tema per me così cruciale messo finalmente al centro del dibattito pubblico, anche solo momentaneamente, invece è indescrivibile.

giovedì 23 giugno 2016

A volteggiare su quel soffio di libeccio

Viareggio in te son nato, in te spero morire. La frase dello scrittore Mario Tobino dipinta a caratteri cubitali sui bastioni del porto, là dove soffia sempre un filo di libeccio e il profilo delle Alpi Apuane galleggia incagliato tra banchi di nuvole, forse non basta a spiegare tutta una città, ma è pur sempre un ottimo inizio.
Malinconia, anarchia e quel libeccio che soffia via anche i pensieri più neri dalla testa: oggi racconto Viareggio, la mia città del cuore, su The Towner, alla vigilia del settimo anniversario della strage che l'ha ferita al cuore.

mercoledì 25 maggio 2016

I treni non esplodono

Abbiamo iniziato a scrivere questo libro quando tutto era ancora intero, prima del buio, con quel coraggio avventato che è il motore d'ogni impresa, con i nostri cuori che battevano all'unisono, con la felicità di due innamorati che insieme pensavano di poter rivoltare il cielo.
E ci siamo riusciti, nonostante tutto. Nel frattempo ci sono stati lutti, malattie, un matrimonio: la vita ci ha travolto e quanto ho vacillato sotto la sua ondata.
Hai visto, pensavi di non farcela, mi ha scritto la mia terapeuta quando l'ho invitata alla prima presentazione fiorentina. Ce l'ho fatta perché non ero sola, perché non lo sono mai stata e adesso non lo sarò mai più - ce l'ho fatta perché era la cosa giusta, perché non potevo permettere al mio dolore di sovrastarne uno tanto più grande, perché quei morti meritavano tutto quello di cui ero capace, perché avevamo il dovere di portare le voci di chi ci aveva aperto la sua casa e la sua anima il più lontano possibile.
Ce l'ho fatta perché anche se non c'eri più volevo che potessi essere ancora fiero di me.




"I treni non esplodono" raccoglie le storie della strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009, che costò la vita a 32 persone carbonizzate nei loro letti, nei giardini, nelle auto, decedute in ospedale dopo giorni o mesi di agonia. È un atto d'amore verso la città dove sono cresciuta, è la piccola luce che io e Federico volevamo accendere sul più grande disastro ferroviario italiano che rischia di rimanere impunito.

"I treni non esplodono" sono 3 anni di lavoro, siamo noi che ascoltiamo Daniela Rombi raccontarci il calvario di sua figlia Emanuela, è il registratore appoggiato sul centrino ricamato di una casa di periferia, sotto i gazebi di un bar, sono le lacrime che non riusciamo a trattenere nemmeno alla centesima stesura, sono le nostre mani che si stringono sotto il tavolo, senza bisogno di dire una parola.

"I treni non esplodono" è lo sguardo pulito di Massimo Palagi, che quella notte non era di turno ma lasciò la moglie incinta per andare a soccorrere quanti più feriti poteva; è l'esitazione nella voce di Silvano Falorni quando ci racconta di aver scavato per giorni sotto le macerie di via Ponchielli per ritrovare una traccia di suo fratello - un pezzo di ginocchio - spazzato via dall'esplosione.

È la tenace lotta per la sopravvivenza di Anna Maccarone, che combatte contro le ustioni per mesi senza perdere la speranza, è il sangue freddo del pompiere Antonio Cerri che nell'inferno di una strada in fiamme non esita a mettere la sua vita in pericolo.

"I treni non esplodono" è il libro che non avrei mai pensato di riuscire a scrivere e che esiste soltanto perché eravamo insieme, perché non siamo soli e non lo saremo mai più.
E per questo, io dico grazie.